Le dipendenze in adolescenza — da sostanze, ma anche da schermi, gioco o comportamenti — vengono spesso interpretate come condotte da eliminare, senza interrogarsi sulla funzione che svolgono. Una prospettiva pedagogica e psicologica invita invece a considerarle come tentativi, seppur disfunzionali, di rispondere a bisogni profondi.
La funzione nascosta
Ciò che da fuori appare solo come un problema, dall'interno è spesso una soluzione: un modo per anestetizzare un dolore, per appartenere a un gruppo, per sentirsi finalmente "qualcuno", per gestire un'ansia che non si sa nominare. La sostanza o il comportamento diventano una stampella che regge un equilibrio fragile. Toglierla senza offrire alternative lascia il vuoto che l'aveva resa necessaria.
Non si combatte una dipendenza: si rende inutile.
Non demonizzare, comprendere
Lo spavento dell'adulto si traduce facilmente in divieti, prediche e controllo. Sono reazioni umane, ma spesso allontanano. L'adolescente ha bisogno di sentirsi compreso prima che corretto: solo dentro una relazione di fiducia diventa possibile guardare insieme a cosa c'è sotto.
Il ruolo degli adulti
Genitori ed educatori possono fare molto: restare presenti senza invadere, dare valore a ciò che il ragazzo è oltre il sintomo, ricostruire fonti di gratificazione sane, lavorare in rete con la scuola e, quando serve, con i servizi specialistici. L'obiettivo non è eliminare un comportamento, ma restituire al ragazzo strumenti migliori per rispondere ai propri bisogni.
